Chissà come si divertirebbe Cossiga oggi

di Gianfranco Rotondi

– Quanto manca  Francesco Cossiga. Quando divenne Capo dello Stato, sussurrò a un collega: “la cosa che più mi gratifica è che un giorno sarò un ex Capo di Stato, la carica più bella, onorifica e senza responsabilità”. E lui la esercitò pienamente, e generosamente, dispensando moniti, consigli, calembour,reprimende, come solo un ex sovrano può fare.

La fase politica che più entusiasmava Cossiga era quella immediatamente precedente l’elezione del presidente della Repubblica: diceva che quelli sono i mesi in cui in Italia può accadere di tutto.

Cossiga spiegava che il romanzo quirinale va letto alla rovescia, dopo aver aspettato la fine: è la fine che spiega l’inizio, come un terremoto da ragione delle precedenti scosse di avvertimento. E l’inizio del romanzo per Cossiga era invariabilmente uguale, a ogni curva finale del settennato: scandali, casi giudiziari improvvisi, furti in casa di notabili, e l’elenco di anomalie continuava con la vivacità descrittiva possibile solo a un appassionato di scenari e di ‘intelligence’ come Cossiga.

Chissà come si divertirebbe oggi, a quattro mesi dall’elezione del nuovo Capo dello Stato, quando siamo già immersi fino al collo come l’omino della vignetta dell’Espresso d’antan, quello calato nel fango che misurava ogni settimana fin dove la melma arrivasse.

Siamo partiti col festino di  Morisi, il social manager di Salvini, accusato di traffico di stupefacenti principalmente al fine di far conoscere a tutti gli italiani i gusti sessuali dell’inventore della ‘Bestia’, che non era esattamente un profilo social gayfriendly. E Salvini è avvertito.

Poi è stato il turno di Conte, col suo socio di studio intercettato mentre vantava la conoscenza col premier del tempo, e sperava di trarne vantaggio professionale, come tutti gli avvocati di affari quando fanno vedere al cliente questo mondo e quell’altro. Niente di nuovo sotto il sole, ma si parla dell’ex premier dei Cinquestelle, quindi vai con titoli, retroscena, allusioni.

Mai manca nelle cronache giudiziarie uno che apertamente si erge a kingmaker per vocazione, dopo aver favorito l’elezione di Mattarella, e avendo pazientemente preparato anche la sua successione:  Matteo Renzi, abbonato alle accuse della procura di Firenze per finanziamento illecito, l’ultima in queste ore (ma quando finiranno questi soldi delle fondazioni di Renzi?).

Alla Meloni pare che ci fosse poco da rinfacciare, ma è venuta buona una inchiesta di un formidabile giornale di inchiesta, onestamente tra i pochi non politicizzati, che tuttavia è caduto a fagiolo per infilare una settimana di titoli del concerto mediatico sul presunto ritorno del fascismo in modalità giorgiana.

Poi ci sono le stelle fisse del firmamento giustizialista: Berlusconi con la sua collezione di processi intitolati all’indimenticabile nipote di Mubarak, il solito Pd col suo sciame di indagati e arrestati in giro per l’Italia, i magistrati impegnati a diffondere interviste e persino libri di memorie per completare lo sputtanamento della categoria.

Cossiga si divertirebbe a spiegarci tutto, e da soli purtroppo non ci arriviamo. Consola che mancano solo quattro mesi all’elezione del Capo dello Stato, e- con Natale in mezzo- passeranno presto. Come sempre, dal finale capiremo l’inizio, forse.