Quarantuno anni che sono terremotato

di Gerardo Santoli  -Vice presidente Confimprenditori –  Direttore Osservatorio Economico Sysconet  –

 

Ebbene sì, con oggi sono quarantuno anni giusti giusti che sono terremotato. Il tempo è davvero volato.

Mio nonno disse: “e’ il terremoto, scappiamo fuori…” ognuno pensò a mettere in salvo la propria vita. Una volta fuori mia madre gridò:“ e Gerardino dov’è?”.

“Non vi preoccupate” rispose mio nonno “sta con me per mano” .

Tutti guardarono quella mano che teneva con tutta la sua forza una vecchia sedia di paglia eppure lui era sicuro e convinto di avere afferrato la manina del nipote e stretta al sicuro nella sua.

Io invece restai dentro. Non mi ricordo quante volte, anzi a dire il vero le ricordo proprio tutte le volte che ho preso le misure per uscire di corsa dal portone, ogni volta ero sicuro di avercela fatta e invece mi ritrovavo sempre giù per terra nel corridoio all’interno della casa. Eppure l’uscita era lì davanti a me a pochi metri. Vedevo mia madre che cercava invano di entrare dentro. All’ennesimo tentativo mi ritrovai fuori anch’io e per me fu come una conquista, una vittoria, forse la prima della mia vita.

E’ proprio così che è cominciata la mia vita da terremotato. Ricordo in seguito le notti passate in tenda, poi in baracca, poi in una roulotte e poi il rientro a casa al piano terra in cucina dove avevamo sistemato anche il letto. Ogni notte facevo decine di prove per uscire dalla tenda, dalla baracca, dal container, dalla porta di casa. Contavo i passi, i centimetri, i secondi. Per anni ho preso le misure alle porte, calibravo la velocità di ingresso e quella di uscita, facevo le finte, le curve, spostavo i mobili e cercavo il percorso più breve per essere fuori.

Con tutta l’esperienza acquisita ero convinto che nella vita avrei fatto l’usciere o al massimo il portinaio.

Invece la mia vita è andata diversamente. Ho studiato e lavorato sodo, ho avuto fortuna e se penso da dove sono partito sono davvero soddisfatto del mio percorso. Ho girato l’Italia per lavoro e per diletto, ho conosciuto persone per me importanti e personaggi per gli altri famosi, ho trattato tutti allo stesso modo e a volte qualche “potente” dall’alto in basso. Non mi sono mai fatto spaventare da qualsiasi situazione, tanto io, visto l’esperienza acquisita, sapevo sempre come uscirne fuori.

In tutti questi anni però dovunque sia andato, da Milano a Roma, da Torino a Palermo e chiunque abbia incontrato, dal tassista al direttore generale, dall’usciere (mio mancato collega) al ministro di turno, ogni volta ad un certo punto dei nostri discorsi puntuale arrivava la fatidica frase: “ ah lei viene dall’Irpinia, dove c’è stato il terremoto”.

Sono passati 40 anni, altre tragedie hanno colpito la nostra Italia eppure tutti accostano ancora oggi la parola terremoto all’ Irpinia. Mi sono chiesto cosa rappresentasse per gli altri quel collegamento e quel marchio di terremotato. I miei interlocutori, con quella affermazione, quando parlano di terremoto cosa pensano. Pensano alle migliaia di vittime, alla distruzione di interi paesi, alla capacità di un popolo di rialzarsi oppure il terremoto dell’Irpinia per loro è solo sinonimo di sprechi e clientela. Insomma provano un sentimento di compassione o di indignazione.

Quante volte ho pensato di chiederlo , non l’ho mai fatto perchè a dire il vero qualunque delle due risposte a me non sarebbe piaciuta.

Né compassione, né indignazione, noi irpini abbiamo dignità e passione.

Sono quattro decenni che l’irpinia cerca un aiuto, una via di uscita, una via di fuga. Ogni volta sembra quella buona eppure si ritrova sempre giù per terra un po’ come il piccolo Gerardo la sera del 23 novembre 1980.

Credo davvero che sia il momento di dire basta agli anniversari, ai documentari rievocativi e al piangersi addosso. Il segreto per uscire fuori da tutto questo forse è più semplice del previsto: facciamo come i tanti Gerardino che si sono rialzati e che alla fine quella porta l’hanno trovata da soli senza l’aiuto di nessuno.

Sono quarantuno anni che mi chiamano terremotato, come se fosse una malattia, ma io mi sono sempre sentito sano.