Democristiani per Meloni. Rotondi spiega perché vota per Fratelli d’Italia.

di Gianfranco Rotondi  (HUFFPOST) –

In queste ore la politica italiana somiglia tragicamente alla definizione che ne diede un grande del vecchio Psi, Rino Formica: sangue e merda, perfettamente miscelate nella formula della terza repubblica. Ma parallelamente alle transazioni e ai compromessi delle coalizioni, si segnala la vitalità di un piccolo mondo antico che si cerca, si interroga, si appassiona alla scelta del 25 settembre. Sto parlando di ciò che resta e ciò che torna della Democrazia Cristiana, in Parlamento poca roba – io, Tabacci e Casini – ma nel paese reale tanta roba e prelibata: dirigenti di aziende pubbliche e private, sindaci, presidenti di enti, fondazioni, associazioni, insomma l’antico, eterno potere bianco oggi votato alla trasversalità, ma influente più di ieri.

Questo piccolo mondo antico si è diviso sul mio annuncio chiaro, netto, come non mai: sosterrò Giorgia Meloni, da elettore, non da eletto, che è una condizione eventuale ma non necessaria. Il mio antico maestro Gerardo Bianco se ne è indignato, l’eterno Cirino Pomicino ha acceso le sue antenne più attente, ed è partito il tam tam di telefonate tra democristiani, più efficace di un sondaggio, più diretto di una chat.

L’orecchio esercitato dei democristiani ha capito che la mia non era una dichiarazione banale, e nemmeno opportunistica. Piuttosto si trattava di una scommessa, fatta dallo stesso, indegno ultimogenito della balena bianca, quello che conquistò l’ultimo collegio vincente nel 1994, e poi scelse Rocco Buttiglione un anno dopo, aprendo la via – chez Pinuccio Tatarella – all’ingresso del Ppi nel centrodestra.

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In queste ore la politica italiana somiglia tragicamente alla definizione che ne diede un grande del vecchio Psi, Rino Formica: sangue e merda, perfettamente miscelate nella formula della terza repubblica. Ma parallelamente alle transazioni e ai compromessi delle coalizioni, si segnala la vitalità di un piccolo mondo antico che si cerca, si interroga, si appassiona alla scelta del 25 settembre. Sto parlando di ciò che resta e ciò che torna della Democrazia Cristiana, in Parlamento poca roba – io, Tabacci e Casini – ma nel paese reale tanta roba e prelibata: dirigenti di aziende pubbliche e private, sindaci, presidenti di enti, fondazioni, associazioni, insomma l’antico, eterno potere bianco oggi votato alla trasversalità, ma influente più di ieri.

Questo piccolo mondo antico si è diviso sul mio annuncio chiaro, netto, come non mai: sosterrò Giorgia Meloni, da elettore, non da eletto, che è una condizione eventuale ma non necessaria. Il mio antico maestro Gerardo Bianco se ne è indignato, l’eterno Cirino Pomicino ha acceso le sue antenne più attente, ed è partito il tam tam di telefonate tra democristiani, più efficace di un sondaggio, più diretto di una chat.

L’orecchio esercitato dei democristiani ha capito che la mia non era una dichiarazione banale, e nemmeno opportunistica. Piuttosto si trattava di una scommessa, fatta dallo stesso, indegno ultimogenito della balena bianca, quello che conquistò l’ultimo collegio vincente nel 1994, e poi scelse Rocco Buttiglione un anno dopo, aprendo la via – chez Pinuccio Tatarella – all’ingresso del Ppi nel centrodestra.

Gli ultimi democristiani hanno capito che siamo ad uno snodo eguale a quello del 1994: si decide l’assetto politico dell’Italia che verrà. Nel 1995 caricammo sulle gracili spalle dell’ultima generazione dc – avevamo l’età che ha oggi Di Maio – la responsabilità di una scelta storica, il transito del popolo democristiano nel magico mondo berlusconiano. L’operazione – nel bene e nel male – riuscì: Silvio Berlusconi ha assicurato per venti anni al Paese un polo moderato autorevole e rispettato in Europa e nel mondo, nell’alveo del Ppe, in piena continuità con la Democrazia Cristiana.

Oggi Forza Italia ha perso quota, anziché confermarsi la sigla della ricomposizione, ha contratto il virus della scomposizione, totalizzando una decina di scissioni in dieci anni. Pareva che l’eredità forzista dovesse essere raccolta da Salvini, ma il Capitano l’ha dispersa tra governo gialloverde, Papeete e mezza dozzina di giravolte tattiche.

Poi è apparsa all’orizzonte Giorgia Meloni, con una storia di destra alle spalle, ma un fiuto politico che le ha aperto mercati inimmaginabili, fino a portarla a conquistare il voto di un italiano ogni quattro.

Diceva Adolfo Sarti che un democristiano non ha gusto a far politica se non in un partito che prenda più del quaranta per cento dei voti.

È questa la seduzione che il non più giovane Rotondi ha messo in campo: dopo la Dc e il berlusconismo, riproviamo a costruire il nostro campo largo, e non ci importa di chiamarlo centro o destra, perché alla guida c’è una ragazza nata trent’anni dopo il fascismo, e tre dopo il referendum del divorzio, che segnò la fine dell’egemonia democristiana.

Chissà che non tocchi a lei di ridarci la terra promessa, l’orizzonte di un impegno politico pieno dei cattolici in un campo moderato fieramente maggioritario. È questa la partita del 25 settembre, altro che i collegi dei centristi e le quote dei partiti maggiori.