L’anniversario popolare che può giovare a Meloni.

di Gianfranco Rotondi (Huffpost) –

Oggi è una data importante per i democratici cristiani: il 18 gennaio di centoquattro anni fa, don Luigi Sturzo fondava il Partito Popolare, sigla d’esordio dei cattolici nella politica italiana, partito progenitore della Democrazia Cristiana. Nella stessa data, ventinove anni fa, Mino Martinazzoli, captando la fascinazione della ricorrenza, sciolse la Dc e fondò il partito Popolare, destinato a perdere le elezioni pochi mesi dopo, e poi a dissolversi in una sequenza di scissioni.

Fuori del rito celebrativo, la data odierna ci suggerisce due domande: che nesso c’è tra le due ricorrenze? Diremmo con linguaggio social: c’è un link tra il Pp di Sturzo, la Dc e il Ppi di Martinazzoli? E ancora: cosa rimane, nella politica e nella società italiana, di quelle storie?

Alla prima domanda è abbastanza facile rispondere: la Dc aveva scarsa affinità col Ppi di Sturzo. Il partito sturziano era laico e identitario: era ‘un’ partito di cattolici, vocato a sostenere alcune politiche caratterizzanti; la Dc fu -di necessità- un partito più legato alla Chiesa, per la necessità di coinvolgerla nella battaglia anticomunista. Potremmo dire che il Ppi fu un partito, la Dc un sistema, da una parte più intriso di collateralismo cattolico, d’altro canto più laico nella capacità di farsi votare da credenti e non credenti in funzione anticomunista.

In fondo la scelta di Martinazzoli fu consapevole: egli provò a sostituire la Dc col Ppi, sciogliendo il partito-sistema messo in mora da Tangentopoli e dalla caduta del Muro. L’esperimento non funzionò: il Ppi raccolse un terzo dei voti del peggiore risultato della Dc, l’elettorato dimostrò che votava scudo crociato per una scelta di sistema, non per un’opzione ideologica identitaria. Lo spiegava un dc veneto intelligente, Carlo Bernini: l’elettorato italiano guarda dove sta la sinistra, e vota dall’altra parte, preferendo il partito più forte e affidabile. Meglio di un saggio politologico, il ‘teorema Bernini’ spiega il successo di Berlusconi, poi di Salvini e oggi di Meloni.

E siamo al secondo tema: cosa rimane oggi del popolarismo? De Mita mi congedò, poco prima di morire, con questa frase: ‘ricorda che il popolarismo è la sola cultura uscita vincente dal Novecento’. Vero.

Ma parliamo di una cultura, non di una organizzazione politica. Non esiste in Italia un partito che si richiami al popolarismo con la giusta consistenza. Ciò non impedisce a noi democristiani di mantenere presenze organizzate, credibili non foss’altro perché ci crediamo noi. Ma queste presenze debbono necessariamente coordinarsi con le nuove opzioni maggioritarie del campo liberal-conservatore.

Per concludere, direi che la funzione svolta dalla Dc -un partito degli italiani alternativo alla sinistra- oggi viene esercitata da ‘Fratelli d’Italia’. Quanto al popolarismo, esso è un giacimento culturale vivido e attuale, forse non foriero di una rifondazione partitica, ma paradossalmente in grado di impregnare e valorizzare un centrodestra maggioritario voglioso di completare le proprie coordinate valoriali.

Da questo punto di vista, l’anniversario popolare va girato per intero a Giorgia Meloni, che certamente ne farà oggetto di riflessione, se non altro per distrarsi un po’ dalle impegnative pratiche di governo.